Pubblicato Venerdì, 31 Maggio 2013 16:44

Licio ci racconta l'ALPAMAYO -  Diretta dei francesi    (maggio 2007) foto su picasa

La montaña más bella del mundo”  titolava una rivista giornalistica specializzata  sull’alpinismo dopo un sondaggio effettuato tra fotografi ed alpinisti di tutto il mondo, non sappiamo se vero, ma sicuramente tra le più belle.
Con i suoi  5947 m,  il nevado  Alpamayo è una delle  più alte montagne delle Ande peruviane. Situato a nord della Cordillera Blanca è avvicinabile solo attraverso
un trekking che risale la valle di Santa Cruz, in un ambiente incontaminato, e scarsamente frequentato dall’uomo.Alpamayo Partecipanti: Santino Iezzi, Rino Iubatti, Giampiero Di Federico, Licio Capone, Fabrizio Palmerini, Stefano De Tullio, Franco Raulli, Gianluca Littarru, Giulio Ercolani
 Da Lima, in pullman, dopo aver lungamente costeggiato il Pacifico in direzione nord, iniziamo  ad arrampicarci per ripide e tortuose strade e, dopo 10 ore circa, arriviamo alla cittadina di Huaraz, base logistica e sede di molteplici agenzie che organizzano spedizioni nelle numerose montagne della Cordillera.  I 3000 metri di Huaraz , ci permettono un primo acclimatamento durante il quale organizziamo la spedizione nei vari briefing con  Nestor,  la nostra guida locale.      Studiato il percorso,  assoldati cinque portatori con relativi muli ed affittate tende ed attrezzature lasciamo Huaraz dopo due giorni  ed in pulmino raggiungiamo il piccolo villaggio di Cashapampa 2720 m  dove completiamo la dispensa con l’acquisto di alcune galline che ci forniranno di uova fresche ed infine, loro malgrado, di carne.
Da qui iniziamo il trekking inoltrandoci nell’impervio canyon solcato dal fiume Santa Cruz.
Il passo lo scandisce Nestor, la nostra guida, che ci esorta, talvolta sgridandoci, ad un passo lento e costante per non incorrere ai problemi della quota. I portatori che, a dorso di mulo, si erano avvantaggiati, ci fanno trovare allestito il nostro primo campo in un’ampia distesa erbosa a quota 3880.  Per migliorare l’acclimatamento trascorriamo qui anche l’intero giorno seguente impiegando il tempo in una breve escursione sui laghi morenici più a monte e cimentandoci, senza successo, a pescare qualche pesce nell’impetuoso torrente che costeggiava il nostro campo. Per fortuna l’abilità dei nostri accompagnatori ci consente di cenare con gustose trote alla griglia. 
Terzo giorno, decidiamo di partire presto e puntare direttamente,  con una lunga tappa al campo base dell’Alpamayo, (4500m). Il tempo è incerto e dopo qualche ora becchiamo il temporale e le temperature, già piuttosto freddine, si abbassano ulteriormente.  Dopo otto ore circa, arriviamo alle nostre tende, non tanto stanchi, ma bagnati ed infreddoliti. 
Indossiamo abiti asciutti e ci rifugiamo nella tenda mensa dove ci attende il classico Mate de Coca, una calda tisana alle foglie di coca, bevanda nazionale peruviana, che, forse a causa delle presunte proprietà terapeutiche, ci fa subito sentire meglio. Il campo base è allestito in una conca abitata da una famigliola di contadini che arrotondano la giornata fornendo qualche vivanda, soprattutto birra, alle poche spedizioni di passaggio. Il tabellino di marcia ci indica un ulteriore giorno di acclimatamento e lo impieghiamo salendo ai 4900 m del campo 1 (campo della morena), cerchiamo un posto per  allestire l’accampamento  per il giorno successivo e torniamo a dormire ai 4500 del campo base.
Tutti gli agi goduti fino a questo giorno sono destinati a finire. Nestor, con i suoi  muli, si ferma al campo base in attesa del nostro ritorno ed i portatori d’alta quota sono solo tre. Loro porteranno su tende e viveri e noi ci carichiamo  dei nostri buoni 20 chili di zaino con acqua, ricambi ed attrezzature per la scalata. Le condizioni meteorologiche non migliorano ed il freddo è pungente.
Aspettiamo che l’aria mitighi un po’ e ci incamminiamo  per la ripida salita che conduce al  campo della morena.  In lontananza intravediamo gente che scende. Incrociandoci scambiamo qualche battuta nel nostro improbabile inglese. E’ un gruppo di polacchi salito qualche giorno prima. Sono visibilmente provati e delusi per non essere riusciti a scalare la vetta per la difficoltà incontrata al superamento di un crepaccio alla base della rampa finale i cui ponti di ghiaccio erano crollati.
La fatica, la fame d’aria, ed il racconto dei polacchi ci tagliano un po’ le gambe ed il morale crolla, ciononostante, imperterriti continuiamo a salire. Al campo uno collaboriamo con i portatori ad allestire le tende per anticipare la nevicata in arrivo. Il freddo è intenso e decidiamo di cenare con biscotti e “Mate de Coca” poi subito in tenda con la lunga notte insonne ad attenderci.
Insonne e tormentata soprattutto per Franco che attanagliato da un terribile mal di testa associato a qualche linea di febbre è costretto, accompagnato da un portatore, ad anticipare la via del ritorno.  Il resto del gruppo, smontate le tende, riparte per il campo due. A quota 5000 iniziano le nevi perenni, calziamo i ramponi, ci leghiamo in cordata di conserva e,  piccozza alla mano, procediamo zigzagando sul ghiacciaio alla ricerca di passaggi tra i numerosi crepacci cercando di ricalcare le tracce della cordata polacca. 
Queste ci conducono improvvisamente di fronte ad un muro di circa 50 metri con una  pendenza di circa 60 gradi e brevi passaggi di 75 attrezzato con corde fisse utili in particolar modo ai portatori che, con i loro carichi pesanti, ne fanno buon uso.  Noi, tirata fuori l’altra piccozza iniziamo ad arrampicare in “piolet traction” quasi in una sorta di prova di assaggio della montagna, come voler cominciare a fraternizzare con essa,  a conoscerla meglio, a cercarne l’amicizia, perché, pur se ben preparati, l’ambiente, il freddo, la quota, l’esperienza dei polacchi, ci stanno pian piano consumando le energie mentali ed inizia ad affiorare in noi un senso di insicurezza, di timore, per la grande sfida al gigante in cui ci siamo avventurati.
Tutti i cattivi pensieri si volatilizzano in un istante all’uscita della sella, improvvisamente … ci appare, .. Lei, per la prima volta, in tutta la sua grandiosità  e bellezza, una maestosità che ci lascia senza parole, ognuno bloccato  nella sua intima contemplazione e meraviglia, in silenzio, quasi a volerne assorbire l’immagine, la luminosità, ed imprimerla in un  angolo della propria memoria per non dimenticare mai nella vita questo momento. E’ Stefano ad interrompere il  tutto, dice “ora possiamo anche tornare a casa”.  Si… perché ci sentiamo già sazi, perché ci siamo impregnati di lei, perché non sentiamo più l’esigenza di scalarla, alla sua vetta o alla sua base, essa ormai  un po’ ci appartiene.   Ora non la temiamo più, è troppo bella per essere cattiva, anzi, la troviamo materna, quasi volesse abbracciarci. 
Dal colle della “visione” scendiamo sul ghiacciaio sottostante per preparare il campo due a 5400 mt, montiamo le tende, gonfiamo i materassini che dovrebbero isolarci dal ghiaccio ed attendiamo la sera passando il tempo a far fotografie, tentando di  sciogliere la neve per procurarci dell’acqua che comincia a scarseggiare.
Inizia di nuovo a nevicare anche se il barometro indica pressione in aumento, quindi confidando in un miglioramento, decidiamo di posticipare di un giorno la salita alla vetta. La sera le temperature scendono in picchiata fino a toccare i -27° C.  Ci infiliamo dentro i sacchi a pelo completamente vestiti, con noi anche gli scarponi per permetterci di poterli calzare di nuovo al mattino. I sordi scricchiolii del lento movimento del ghiacciaio sotto di noi ci fanno compagnia nella notte insonne.
Tante le ore da trascorrere, fino alle luci dell’alba, e troppo poche quelle di effettivo sonno. La necessità di recuperare un po’ di ossigeno, che in tenda dirada sempre più,   ci porta a compiere qualche breve passeggiata notturna.  La volta stellata dell’emisfero australe, con la Croce del Sud in bell’evidenza, e l’assenza dei  Carri, di Orione e delle altre costellazioni a noi più familiari ci ricordano di quanto siamo lontani da casa.  Ed allora la mente comincia a girovagare, ci porta a ripercorrere le tappe della nostra vita, il pensiero va alle  persone care che non sentiamo da alcuni   giorni,  ma ci sembrano già lontane.  Perché siamo qui? Perché vogliamo proseguire?  Cosa ci attrae tanto da farci sopportare freddo, fame e fatica? La risposta non è facile da darsi,  sarà forse la continua sfida che l’uomo ha con se stesso nella ricerca del proprio io, nella sfida alle proprie paure, alle proprie debolezze, ai propri limiti?  E qual è posto migliore per poter misurare se stessi se non la montagna estrema, lontano dagli agi, dalla modernità, da altra gente a cui poter scaricare le proprie frustrazioni? Lo scalare una montagna estrema, e per estremo si intende l’avvicinarsi al proprio limite,  ci obbliga a confrontarci con le paure più profonde, più umane e l’incontro ravvicinato con esse, in un terreno dove siamo soli e nessuno può aiutarci,  non può che rafforzarci, donandoci maggiore sicurezza ed equilibrio. Ecco, forse è proprio questo che spinge l’uomo alpinista a sempre più avventurose esperienze.
Al mattino cominciamo, con l’aiuto delle nostre guide, ad armeggiare con i fornellini per cercare di preparare la colazione, il tempo è in miglioramento e lo spettacolo delle montagne intorno si svela nella sua magnificenza.   Studiamo continuamente la parete dell’Alpamayo per individuare una buona via di salita. Pensavamo di salire per la meno pendente Via Ferrari, la via italiana, aperta nel 1975 dai Ragni di Lecco guidati appunto da Casimiro Ferrari. La pericolosità dell’enorme ed all’apparenza  instabile seracco alla sua sommità, ci fa desistere. Optiamo quindi per la più difficile, ma più sicura, via diretta, la via dei francesi, 450 metri di salita costante su una canaletta di 70/75 gradi che porta dritto in vetta.   
Individuiamo anche un passaggio, abbastanza esposto, per superare la crepacciata terminale che aveva impedito la scalata ai polacchi. Già all’imbrunire ci ritiriamo nuovamente nelle tende. Sveglia alle due della notte.  Lasciamo le nostre paure nelle tende e, legati in quattro cordate da due,  iniziamo l’avvicinamento, prima per una lieve discesa, poi per una facile rampetta, fino ad illuminare con le frontali l’ostico crepaccio che vorrebbe impedirci l’attacco alla parete. Come studiato riusciamo ad oltrepassarlo spostandoci una trentina di metri a sinistra fino ad un muro di ghiaccio che oltrepassiamo facendo un traversino leggermente strapiombante a sinistra proteggendolo con due chiodi. 
Quindi sotto la parete iniziamo a tirare le cordate, prima piantando fittoni sulla neve più tenera e poi chiodi da ghiaccio. Al quarto tiro inizia ad albeggiare e finalmente anche a salire la temperatura.   Lo sbalzo di temperatura inizia a provocare dei vortici di vento che ci butta contro un fastidiosissimo spolvero di neve mista a pezzettini di ghiaccio. 
Ma oramai siamo a più di metà percorso, ogni cosa è andata bene e cominciamo a rasserenarci ed a confidare nella buona riuscita della scalata. Salendo individuiamo di tanto in tanto dei  cordini passati all’interno del ghiacchio vivo a mo’ di clessidre lasciati da precedenti cordate, ne proviamo la consistenza,  e seppur con qualche dubbio, decidiamo di usarle come soste per le discese in qualche caso rinforzandoli con alcuni chiodi.   Alle dieci e mezza le prime grida di gioia  riecheggiano dalla vetta ed infilandosi nelle canne d’organo, le caratteristiche goulotte di ghiaccio della parete sud ovest dell’Alpamayo, si trasformano in pura melodia per chi segue ancora in parete.
La montagna più bella del mondo è stata conquistata.
Con gli ultimi colpi di piccozza finalmente anche l’ultima cordata approda in cima.  La vetta, ci si presenta come una piccola crestina dove in otto siamo stretti, intorno a noi  vertiginosi strapiombi e panorami mozzafiato, intravediamo anche il campo due e le nostre tende sono solo piccoli puntini sulla distesa bianca di ghiaccio. Il panorama a 360 gradi è ricco delle bellissime montagne della Cordillera Blanca intersecati da canyon e lagune moreniche. Un vero spettacolo della natura. Terminati i reciproci complimenti ed abbracci ritorniamo ad immergerci nella massima concentrazione, dobbiamo organizzare le dieci e più  doppie di discesa con le nostre corde da 50 metri ben sapendo che essendo in otto saremo piuttosto lenti e che anche il più banale errore potrebbe rivelarsi fatale.
Iniziamo a scendere. Le soste incontrate in salita si rivelano ben salde, il ghiaccio in cui sono ancorate è duro e cristallino e non abbiamo bisogno di lasciare ulteriori chiodi.  Alle quattro  e mezza del pomeriggio siamo oramai sul ghiacciaio ed alle cinque sfiniti risaliamo verso il campo due.
Le nostre due guide d’alta quota, che hanno anche avuto funzioni di portatori e cuochi, ci vengono incontro, hanno seguito con i binocoli dal basso e, capiamo solo ora, che erano assai diffidenti sulla nostra riuscita,  li troviamo di conseguenza molto contenti, ci guardano con ammirazione e ci abbracciano commossi uno per uno quasi per tenere un po’ per loro un pezzettino della nostra impresa.  Rifocillati col solito caldo “Mate de Coca” ci buttiamo letteralmente nei sacchi a pelo per il primo ininterrotto sonno fino al mattino.    Purtroppo le fatiche non sono finite, per attendere il tempo buono, abbiamo bruciato i giorni di riserva ed ora abbiamo una sola giornata per percorrere i 40 chilometri che ci dividono dal piccolo pueblo di Cashapampa dove ci attende il pulmino che ci riporterà a Huaraz. Il meteo ci concede ancora una bella giornata e le temperature cominciano a migliorare già con i primi raggi di sole. Vorremmo restare a contemplare ancora la nostra montagna, superata la sella non la vedremo più, Lei non si concede a tutti, per poterla ammirare non è sufficiente un trekking di qualche giorno, vuole di più, vuole essere corteggiata, vuole che si affatichi per goderla, vuole essere meritata. Ma il tempo stringe e dobbiamo ripartire.
Risaliti sulla sella iniziamo le doppie sull’atro versante, questa volta  però su corde fisse, in breve arriviamo al campo uno poi, lasciato definitivamente il ghiacciaio, imbocchiamo la ripida discesa fino al campo base dove ritroviamo Nestor con la sua squadra. Nella tenda mensa non ancora smontata il cuoco ha preparato un banchetto con le povere galline che all’andata avevano fornito le uova per le varie frittate e che ci avevano anche fatto un po’ di compagnia nel loro continuo razzolare intorno alle tende. Si..,  povere galline..,   ma la fame si è immediatamente trovata in disaccordo col dispiacere, ed insieme a diverse bottiglie di birra, le abbiamo letteralmente divorate.  Poi, caricati i muli, via veloci per essere in tempo all’appuntamento.
Arriviamo a Cashapampa che è ormai notte, di li in due ore e mezza a Huaraz per la prima doccia dopo dieci giorni.
L’Alpamayo, la montagna più bella del mondo,  se pur avevamo qualche riserva su questo appellativo le abbiamo fugate tutte ….  Slanciata, piramidale, luminosa, quanto di più l’estetica possa pretendere.    Noi però non la ricorderemo solo per questo, a noi ha donato un’esperienza indimenticabile, fatta di dolori e gioie, di paura e coraggio, di trepidazioni e sicurezze, in un breve percorso che ci ha tutti resi più forti e sicuri.

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